Il dilemma apparentemente insolubile presentato dalla
nascita viene formulato mediante la fatidica domanda: viene prima
l’uovo o la gallina? La scienza ha dato una risposta alla domanda nel
1957, quando Francis Crick, scopritore nel 1953 della struttura del DNA
insieme a James Watson, e vincitore nel 1962 del premio Nobel per la
medicina grazie a tale scoperta, formulò allora quello che chiamò il dogma centrale della biologia....
Come spiega nella sua autobiografia, egli non intese l’espressione dogma
nel senso di “verità di fede”, bensì di “assunto fondamentale” posto
alla base della spiegazione molecolare dei meccanismi darwiniani
dell’evoluzione. Che cosa dice dunque tale dogma?
Semplicemente, che si va dall’informazione
contenuta negli acidi nucleici (DNA e RNA) e nelle sequenze di
aminoacidi (triplette di nucleotidi A, T, C, G) alle proteine, ma non
viceversa. In particolare, che non si può creare un organismo senza
avere prima la sua informazione genetica, e quindi che l’uovo viene prima della gallina.
Questa conclusione può risultare sorprendente, ma essa era già
implicita nelle teorie di Darwin, senza dover scomodare Crick e il DNA.
Ad esempio, nel secolo scorso, Samuel Butler
ironizzava appunto sul darwinismo presentandolo, letteralmente, come la
teoria secondo cui la gallina non è che un mezzo per la riproduzione
dell’uovo. Teoria che oggi ha una riformulazione seria nel concetto di gene egoista,
divulgato da Richard Dawkins in un omonimo libro del 1976, secondo cui
gli organismi (uomini compresi) non sono altro che mezzi per la
riproduzione dei geni: in particolare, non solo i geni vengono prima
degli organismi, ma sono essi le vere unità della selezione naturale!
In una direzione complementare, lo stesso Butler si spinse fino ad affermare provocatoriamente, nel romanzo Erewhon
del 1872, che l’uomo potrebbe non essere altro che un mezzo per la
riproduzione delle macchine! Un secolo dopo, l’effettiva proliferazione
delle macchine sul pianeta, e il ruolo che esse hanno assunto nella
nostra vita, dovrebbe spingerci a meditare seriamente su questa
possibilità, e sulle proposte che Butler avanzava per rimediarvi
(deliziosamente descritte nei capitoli XXIII-XXV del suo romanzo).
Abbandonando l’ironia di Butler, vorremmo però considerare più da
vicino la possibilità che le macchine possano autoriprodursi, a rischio
di offendere la suscettibilità di qualcuno. La risposta, positiva, avrà
interessanti conseguenze per il problema da cui siamo partiti.
Anzitutto, consideriamo una macchina C che sia un costruttore universale, nel senso che sappia costruire una qualunque macchina M di un certo tipo, a partire da una sua descrizione m. In particolare, la macchina C può costruire una copia di se stessa, a partire dalla propria descrizione c. Ma questa non è ancora una soluzione al problema dell’autoriproduzione: si parte infatti dalla macchina C e da una sua descrizione c, e si ottiene soltanto una copia della macchina C stessa, senza una copia della sua descrizione c.
Per ovviare al problema, consideriamo allora una macchina F che sia una fotocopiatrice universale, nel senso che sappia riprodurre una copia di qualunque descrizione m. Accoppiando le macchine C ed F, se ne può ottenere una nuova A che, a partire dalla descrizione m, ne faccia una copia, costruisca M, e le inserisca la copia di m. La macchina A con la propria descrizione è ora effettivamente autoriproducentesi, perché costruisce A e le inserisce la descrizione a.
Il meccanismo appena descritto fornisce un modello matematico della riproduzione biologica: la descrizione m svolge il ruolo di un gene (un segmento di DNA) che codifica l’informazione per la riproduzione; F (uno speciale enzima, detto RNA polimerasi) ha la funzione di duplicare il materiale genetico in un segmento di RNA; C (un insieme di ribosomi) costruisce proteine secondo l’informazione di questo segmento; A
è una cellula autoriproducentesi. Naturalmente il modello è
semplificato, per il fatto che i geni contengono soltanto una codifica
parziale delle informazioni necessarie per la riproduzione, il che
produce copie non perfettamente identiche all’originale. Ma copie non
identiche si possono ottenere anche fornendo ad A descrizioni di macchine leggermente diverse da A stessa, modellando così mutazioni di vario genere.
A scanso di equivoci, il modello appena presentato per l’autoriproduzione delle macchine ha preceduto,
e non seguito, il lavoro di Crick e Watson: esso è stato elaborato da
John von Neumann nel 1951, come primo passo della sua effettiva
costruzione di automi cellulari autoriproducentesi. La versione più semplice di tali automi è il cosiddetto gioco della vita, inventato da John Conway nel 1970.
Consiste di una scacchiera
illimitata, ciascuna casella della quale si accende (nasce) a un dato
istante se esattamente 3 caselle adiacenti erano accese nell’istante
precedente, e rimane accesa (viva) se 2 o 3 caselle adiacenti erano
accese: nel caso contrario si spegne (muore), per isolamento o
sovrappopolazione. Benché il gioco fosse stato introdotto per altri
motivi, si scoprì in seguito che esistono appunto configurazioni di
caselle accese che hanno la capacità di autoriprodursi, dopo un certo
periodo, da un’altra parte della scacchiera. Fatto ancora più
interessante, queste configurazioni possono venir raggiunte
spontaneamente dall’evoluzione dell’automa, quando si parta da
configurazioni casuali.
Gli automi cellulari mostrano dunque che
l’autoriproduzione è un fenomeno che può interessare da un lato
universi particolarmente semplici, e dall’altro “organismi” non
biologici.
Inoltre, non richiede interventi miracolosi di
nessun genere: ovviamente non a ogni nascita, come pensava Cartesio, ma
neppure una volta per tutte, come ci raccontano svariate mitologie,
dalla Genesi al Popul Vuh. Detta più esplicitamente: la
vita non è, da sola, un motivo sufficiente per credere né all’esistenza
di Dio, né a un ordine dell’universo.
Fonte: MATEMANGOLO - da ScienzaNuova n°8 - novembre 1998